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Quanto è valida una ricerca che per l’analisi usa metodi irreali?

L’esito di una ricerca dipende sempre dalla metodologia applicata alla ricerca stessa. Se la metodologia tiene conto di strumenti e parametri illogici anche i risultati lo saranno.

Questo è esattamente ciò che è successo con lo studio condotto da un team dell’università di Bologna sull’utilizzo della sigaretta elettronica. I ricercatori sono inciampati infatti in un errore metodologico molto evidente e grossolano, sicuramente in buona fede, che ha condizionato tutto il loro lavoro: hanno utilizzato per i test (fatti sugli animali) una combinazione di atomizzatori e batterie con una potenza tale da renderli incompatibili e addirittura pericolosi. Aziende serie e con una storia di forte impegno per lo sviluppo di nuove tecnologie, analisi sui prodotti e tracciabilità come Ovale, non si sognerebbero mai di combinare strumenti del genere.

Secondo questa ricerca, per sintetizzare, le sigarette elettroniche anche non bruciando tabacco come le sigarette tradizionali, produrrebbero ugualmente sostanze tossiche con la conseguenza che anche le ecigs potrebbero quindi causare seri danni alla salute. Ma come si è arrivati a questo risultato?

Il team di ricercatori ha usato un tank da 2,5 ml con atomizzatore da 2 ohm attivato con una batteria regolata a 5,5V. La nostra pluriennale esperienza tecnica ci dice che non esistono in commercio atomizzatori da 2 ohm tarati per sopportare un voltaggio/wattaggio del genere. Una atom da 2ohm (come ad esempio quello della nostra Elips) lavora correttamente in un range di massimo 5-7 watt. Durante i test invece sono stati erogati per quel tipo di atom ben 15 watt e cioè più del doppio di quanto quasi certamente quell’atomizzatore potesse supportare. Qual è la conseguenza? Con un atom da 2 ohm utilizzato con una batteria regolata a 15 watt è assolutamente normale che il vapore prodotto sia nocivo e pieno di aldeidi e altri elementi di decomposizione. Il test è stato organizzato con un ciclo formato da tiri di ben 6 secondi intervallati da 5 secondi di pausa, ripetuti per 17 volte. In una giornata venivano effettuati più cicli sempre con la batteria impostata a 5,5V e con una resistenza da 2 ohm. Non abbiamo difficoltà a dire che un dispositivo elettronico del genere è “criminale” e il suo utilizzo con quelle modalità non potrà che essere dannoso. E infatti i risultati della ricerca lo indicano: sui poveri animali che hanno subito lo stress di test così mal calibrati (sull’uomo non è ancora provato che il risultato sia identico) si è evidenziata la produzione di un effetto inducente sugli enzimi bioattivanti e inibente per quelli detossificanti. Il punto è che però il risultato è stato condizionato da una metodologia di ricerca di per sé sbagliata perché gli strumenti utilizzati erano già tarati per essere nocivi per la salute. Per usare un paradosso potremmo dire che si è ottenuto un risultato tossico perché lo erano già gli strumenti utilizzati per ottenerlo.

Certo, Ovale non ha mai utilizzato quella combinazione sconclusionata di atomizzatori e batterie, e quindi la questione non ci tocca. I nostri liquidi e i nostri hardware sono stati analizzati e testati da università e centri di ricerca internazionali. I nostri prodotti, a parità di aspirazioni, rilasciano appena un terzo della nicotina rilasciata dalle sigarette tradizionali e nei nostri liquidi non sono presenti metalli tossici e nocivi per l’uomo, come accertato dal dipartimento di Chimica dell’Università di Napoli Federico II.

Ma proprio perché siamo l’azienda con più esperienza sul mercato abbiamo l’obbligo morale di stigmatizzare la diffusione di dati inficiati da una procedura scorretta. E questo perché nonostante decine di studi a favore dell’uso della sigarette elettroniche provenienti dalle più prestigiose università del mondo, un lavoro del genere rischia di innescare una sorta di terrorismo psicologico che il settore, già vessato da una normativa schizofrenica, non può permettersi. A Bologna, sede dell’università dove è stata effettuata la ricerca, una notizia del genere rischia di creare difficoltà ai rivenditori che già hanno subito gli effetti del marketing aggressivo e della presenza proprio in città, dei nuovi stabilimenti della Philip Morris inaugurati in pompa magna alla presenza dell’allora premier Matteo Renzi. 

Un gruppo di donne e uomini di scienza non può permettersi di inciampare in errori così grossolani. Errori che saltano all’occhio di chiunque sia un po’ acculturato sul mondo e sulle tecnologie utilizzate per le sigarette elettroniche. La conoscenza e lo studio sono rispettivamente obiettivo e principio della nostra azienda per questo ci siamo permessi di porre qualche domanda e provare a fare dei ragionamenti semplici, d’altronde come diceva Voltaire “l’ignoranza afferma o nega rotondamente; la scienza dubita”.

Storia di un accordo (neanche troppo segreto) tra Ue e Big Tobacco

european_commission_logo1In questi anni la politica europea ha creato una cornice legale tagliata su misura per gli interessi delle multinazionali del tabacco. Grazie ad un accordo che, teoricamente, dovrebbe arginare il fenomeno del contrabbando, Philip Morris, Japan Tobacco e Japan Tobacco International si sono assicurate immunità e risparmi miliardari. Il tutto a danno dei paesi dell’Unione Europea.

Come è stato possibile?

Tutto nasce da una indagine dell’Olaf (l’ufficio europeo per la lotta antifrode), che ha scoperto e messo in evidenza il coinvolgimento diretto e indiretto di Philip Morris e Japan Tobacco nel commercio illegale. Ciò che emerge da questa indagine è che il loro comportamento illecito a favore del contrabbando, secondo una stima della stessa Olaf è la sottrazione all’Unione di imposte per 10 miliardi di euro all’anno.

Per questo motivo nel novembre 2000 l’Unione Europea e dieci Paesi Ue intentano una causa presso la Corte distrettuale di New York contro Philip Morris International e Japan Tobacco International, accusando le due multinazionali di contrabbando di sigarette e riciclaggio di denaro.

Ma un anno dopo cosa succede? Commissione Europea e Philip Morris avviano trattative riservate su un possibile accordo per combattere il contrabbando e la contraffazione di sigarette. Negli anni a seguire l’accordo viene siglato e successivamente anche Japan Tobacco firma un accordo simile. La prima conseguenza è la chiusura delle controversie legali.

La rivista Paginauno, con un lavoro a firma di Giovanna Cracco dal titolo “thank you for smoking”, ricostruisce in maniera puntuale e dettagliata la delicatissima vicenda. L’analisi contiene dati, interrogazioni parlamentari e grafici. Paginauno spiega che a seguire la Commissione Europea sigla patti analoghi anche con British American Tobacco e Imperial Tobacco.

Premettendo che una parte sostanziale degli accordi è coperta da clausole di riservatezza, è interessante provare a capire se questi patti siano stati effettivamente efficaci nella lotta al contrabbando o se invece abbiano alla fine dei conti favorito gli interessi delle multinazionali. L’ipotesi, come scrive Paginauno, è che “con pochi spiccioli – è il caso di definire in tal modo gli importi pagati all’Unione europea rispetto ai bilanci delle industrie del tabacco – la Philip Morris si è garantita l’immunità per dodici anni”.

Le questioni in campo evidenziate anche dall’analisi di Cracco però sono diverse. Proviamo a metterle in fila:

1) Da un lato questi accordi hanno assicurato alla Ue entrate per complessivi 1,9 miliardi di dollari in 12 anni oltre alla previsione di ulteriori pagamenti da parte della multinazionale del 100% per sequestri di partite illegali superiori alle 50.000 sigarette.

Dall’altro, va ricordato che l’evasione per contrabbando è stimata dall’Olaf pari a 10 miliardi all’anno.

2) Uno degli elementi dell’accordo è quello che al di sotto della soglia di 50.000 sigarette le multinazionali del tabacco non pagano sanzioni sulle partite illegali sequestrate. A questo punto le imprese, per evitare cause giudiziarie, basta che riducano i quantitativi di ogni singola partita illegale da introdurre nell’Unione Europea.

3) Negli accordi viene definito anche un numero base annuale di sigarette sequestrate, superato il quale l’impresa è obbligata a pagare il 500% delle imposte evase. Intanto la soglia non risulta mai raggiunta da nessuna delle multinazionali, poi va detto che questa soglia, grazie ad un accordo ulteriore, e con efficacia retroattiva, tra la Philip Morris e la Commissione Europea, è stata modificata in maniera significativa: il numero base è passato da 90 a 450 milioni.

4) Chi controlla il controllore? Proprio così: di fatto la figura del controllore e del controllato sono sovrapposte in quanto il compito di implementare il sistema di tracciamento dei prodotti del tabacco venduti è affidato direttamente alle stesse industrie del tabacco. Per questo motivo Paginauno spiega che questo elemento “porta inevitabilmente a chiedersi quanto possano essere attendibili i dati forniti dalle multinazionali stesse”.

5) Le sanzioni vengono applicate solo alle sigarette originali sequestrate e non a quelle contraffatte. Scrive Paginauno: “Secondo gli accordi, l’azienda ha il diritto di esaminare le partite oggetto di sequestro e di inviare una relazione all’Olaf, allegando la relativa documentazione nel caso in cui l’analisi concluda che le sigarette sono contraffatte, ossia non prodotte nei propri stabilimenti. Se l’Olaf è in disaccordo, la partita è sottoposta all’esame di un laboratorio indipendente, designato di comune accordo tra la Ue e la multinazionale del tabacco, per un giudizio definitivo”.

In realtà, secondo i dati forniti dalla stessa Commissione Europea nel 2014, fino al 2013 non è mai stato fatto ricorso a laboratori indipendenti per la verifica.

6) A questo punto il conflitto di interessi è evidente visto che negli accordi firmati dalla Commissione europea sono le multinazionali a stabilire l’originalità o meno delle sigarette sequestrate, dunque a stabilire, di fatto, i valori su cui poi dovranno pagare le sanzioni. Per evitare controlli e ammende basterà quindi produrre le cosiddette “cheap whites” e cioè le sigarette senza marca. Le cheap whites infatti, sono prodotti che sono estranei a qualsiasi controllo sulla loro eventuale provenienza dagli stabilimenti delle industrie del tabacco.

7) Passiamo ai numeri. Come riporta Cracco, nel 2016 la Commissione ha presentato una valutazione tecnica dell’accordo con la Philip Morris: tra il 2006 e il 2014 il volume del contrabbando in Europa non è affatto diminuito, anche se è mutato nella sua composizione: nelle partite sequestrate le sigarette originali Philip Morris hanno registrato una flessione dell’85%, ma è aumentato il numero delle cheap whites. Mentre l’importo delle sanzioni comminate a Philip Morris dal 2006 al 2015 è stato pari a 68 milioni di euro.

Dunque tirando le somme il fenomeno del contrabbando di fatto non è diminuito, anche se è cambiato, all’Ue continuano ad essere sottratte entrate fiscali e i profitti in nero di chi produce e alimenta la filiera illegale aumentano.

Intanto l’accordo tra la Philip Morris e la Commissione Europea è scaduto a luglio e il Parlamento ha deliberato per non rinnovarlo. Nonostante la pressione delle lobby (a Bruxelles sono presenti 97 lobbisti del tabacco che hanno a disposizione un budget annuale di 5,2 milioni e rappresentano nove compagnie e 22 industrie del settore) e nonostante la risoluzione del parlamento non fosse vincolante, la Commissione Europea a luglio ha deciso di non rinnovare l’accordo.

Cosa succederà ora? Investirà per tracciare le cheap whites? Promuoverà le azioni legali congelate in questi anni per recuperare le mancate entrate fiscali e perseguire il riciclaggio? O stipulerà un altro accordo?

Gran Bretagna: perché gli svapatori sostengono la Brexit

Tra le tante ragioni portate avanti dai sostenitori dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ce n’è una che è passata sotto silenzio e che invece ci riguarda da vicino: la possibilità per i britannici di sfilarsi dall’attuazione della direttiva sui prodotti del tabacco (TPD) che entrerà in vigore il 20 maggio (e che l’Italia ha prontamente adottato senza battere ciglio).

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Il sito web Vapers for Britain ha lanciato una campagna di denuncia che chiarisce quello che tutto il settore delle ecigs sta dicendo da tempo. Con l’entrata in vigore della direttiva “le imprese dovranno spendere una fortuna per compilare documenti senza senso, cambiare la dimensione dei serbatoi e delle bottigliette di liquido”. Il Governo inglese dice che l’adeguamento al TPD avrà un costo di 1,3 milioni di sterline per le aziende, mentre le aziende denunciano che il costo sarà invece di 988 milioni di sterline, “soldi che pagherai tu” come si legge nella petizione di Vapers for Britain.

A dicembre scorso il primo ministro inglese aveva affermato alla Camera dei Comuni che le sigarette elettroniche avevano aiutato un milione di persone a smettere di fumare le sigarette tradizionali. Eppure, denuncia ancora Vapers for Britain citando una ricerca condotta a gennaio 2016, se il TPD dovesse avere piena attuazione, più della metà dei negozi di sigarette elettroniche sarà costretto a chiudere (53%) e il 56% degli aromi di liquidi non sarebbe più disponibile. L’83% dei dispositivi verrebbe ritirato dal mercato e le imprese si ridurrebbero della metà (-48%).

“La direttiva europea in materia di sigarette elettroniche rappresenta una serie di misure mal progettate, sproporzionate e discriminatorie finalizzate a non ottenere nulla di utile ma fare, al contrario, una gran quantità di danni” commenta Clive Bates, ex direttore di Action on Smoking and Health.

Ecco perché Vapers for Britain invita i tre milioni di svapatori britannici ad approfittare del voto del  referendum Ue e scegliere l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. “Noi abbiamo la risposta! Se vinciamo, il TPD sarà del tutto inapplicabile e se anche non dovessimo vincere avremmo comunque mostrato a tutta la Gran Bretagna la forza del mondo vapers. Inizieranno a rispettarci”.

 

La guerra allo svapo serve solo a Big Tobacco, che ringrazia

La guerra di Big Tobacco contro le sigarette elettroniche ci riserva ogni giorno nuove “sorprese”, molte al limite del ridicolo. Vanno in questa direzione alcune pseudo-ricerche annunciate e mai effettivamente portate a termine o improbabili allarmi lanciati a scadenza fissa e ripresi acriticamente da una parte dei media.

C’è però un fenomeno che Big Tobacco non può controllare del tutto: la libertà della scienza di smontare le bufale e la libertà della rete di far conoscere la verità. David Sweanor

Accade in Canada in questi giorni. Uno dei principali attivisti delle battaglie contro il fumo di sigaretta si è messo contro molti dei suoi ex colleghi, rei di condurre una battaglia contro le ecigs invece di concentrarsi sul loro aiuto per la riduzione dei danni del tabacco.

David Sweanor è professore aggiunto di Legge all’Università di Ottawa e docente al dipartimento di epidemiologia e sanità pubblica presso l’Università di Nottingham. Ha speso più di 30 anni nelle battaglie contro il tabacco e le sigarette tradizionali. In passato è stato fondalmentale per convincere il governo canadese a introdurre tasse più alte sulle ‘bionde’ e il divieto di fumo nei luoghi pubblici. Sweanor ha lavorato anche per la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità per spingere le misure del controllo del tabacco in tutto il mondo. E ora Sweanor ha spaccato il movimento antifumo perché sostiene le ecigs.

“Noi sappiamo da decenni che la gente fuma per via della nicotina, che muore a causa del catrame e del fumo” ha spiegato. E quando gli hanno chiesto di comparare i rischi del fumo e quelli dello svapo lui ha risposto così: “Chiunque abbia una mentalità aperta e comprende la scienza, dice che non c’è nessun dubbio e nessun paragone, lo svapo è molto meno pericoloso”. Analizzando perché così tanti funzionari della sanità pubblica demonizzano nicotina e sigarette elettroniche, spiega che “chi ammette questo paragone fa il gioco dei venditori di sigarette, come un drago che attira i cacciatori di drago”.

Sweanor teme che se i legislatori e gli attivisti della sanità pubblica continueranno a sostenere pesanti restrizioni per le ecigs “sarà come inviare un messaggio che lo svapare non è meno pericoloso del fumo. In questo modo continueranno ad esserci le malattie da fumo. Significa spaventare la gente e se hai delle istituzioni rispettabili che continuano a dire queste cose, si finisce per equiparare lo svapare al fumo. Ed è come dire ai fumatori di continuare a fumare”.

Tar, Consulta, Governo: lo scaricabarile delle responsabilità

Parlare dell’ennesima (non) decisione del Tar sulla questione tasse ecigs è inutile. Vale la pena invece ribadire l’inadeguatezza di un Governo, e in generale del legislatore, che non prende atto dei suoi errori già evidenziati dalla Corte Costituzionale e non li corregge.

Il Tar ieri ha di nuovo rinviato alla suprema Corte che in realtà si è già pronunciata su una vicenda analoga mesi fa. Che cosa aveva detto allora la Corte Costituzionale? Aveva evidenziato una serie di criticità da superare: l’indiscriminata sottoposizione ad imposta di qualsiasi prodotto contenente “altre sostanze” diverse dalla nicotina, l’irragionevole estensione “del regime amministrativo e tributario proprio dei tabacchi anche al commercio di liquidi aromatizzati i quali non possono essere considerati succedanei del tabacco”, l’eccesso di discrezionalità amministrativa.

Allora perché il legislatore, che dovrebbe adeguarsi a quanto stabilito dalla Consulta, non lo fa? In ballo ci sono, da un lato aziende sane che continuano a pagare tasse ingiuste e assassine, dall’altro chi approfitta di una situazione di voluta incertezza e mancati controlli. In mezzo le multinazionali del tabacco, sempre pronte a finanziare fondazioni, associazioni, eventi collegati a politici e partiti, giocando una partita sporca sulla pelle della gente.

Nemmeno un passo indietro

La resilienza è la capacità di un sistema di superare il cambiamento.

In ingegneria, la resilienza è la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica.
In informatica, è la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso e di resistere all’usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati.
In ecologia e biologia è la capacità di un materiale di autoripararsi dopo un danno, o di una comunità (o sistema ecologico) di ritornare al suo stato iniziale dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato.
In psicologia, è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.         (fonte wikipedia)

 

Per noi, resilienza significa essere ancora qui, nonostante tutto. A disposizione di chi ha scelto di smettere di fumare. La legge ci equipara al tabacco ma sappiamo tutti che non è così. Sappiamo tutti che il vapore emesso dalle sigarette elettroniche non è fumo e che le sigarette elettroniche non hanno niente a che fare con le sigarette, se non nel richiamo alla gestualità e all’utilizzo eventuale della nicotina.logo-bianco.jpg

La legge ci costringe a tasse quasi insostenibili, ma come dicevamo all’inizio di questa avventura non si può fermare il progresso. Per questo stiamo studiando nuove tecnologie, per poter andare incontro alle esigenze e alle richieste degli utenti, per continuare ad aiutarli a dire basta al fumo da sigaretta.

Lo Stato tassa i nostri liquidi anche allo scopo di fare cassa, senza fare distinzione tra liquidi con e senza nicotina; senza fare distinzione tra noi, che li abbiamo fatti analizzare da Università e laboratori accreditati, e chi importa o produce senza alcun controllo.

Ma teneteci d’occhio, visitate i nostri store. Presto ci saranno anche delle nuove aperture che potrete controllare sul nostro sito, quindi restate in contatto!

Ovale resiste.

La tassa sui liquidi e l’illogica equivalenza dell’Aams

Ieri è stata annunciata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli l’introduzione dell’imposta di consumo sui liquidi per sigaretta elettronica, pari a 0,37344 euro per millilitro.

L’imposta è stata calcolata dai tecnici dell’Aams secondo un’equivalenza che è oggettivamente incomprensibile per chiunque sia dotato di un cervello in grado di ragionare.

Che cosa dice questa equivalenza? Che bisogna paragonare 1 ml di liquido (udite udite, anche quello senza nicotina) a 5,63 sigarette convenzionali. E già qui… ma il capolavoro è nelle conclusioni. Secondo l’Agenzia dei Monopoli, la tassa si calcola sul tempo di consumo del liquido. Hanno stabilito che una sigaretta si consuma in media in 37,91 secondi. Di conseguenza (?) hanno dedotto che il tempo medio per il consumo del liquido per sigaretta elettronica è pari a 213,59 secondi. Di qui la determinazione della tassa in equivalenza con le “bionde”. Come se una sigaretta elettronica si usasse come una normalissima e, quella si, pericolosissima sigaretta tradizionale….aams

Qual è il risultato? Un impatto superiore al 100% sull’attuale prezzo al pubblico. Le domande sono molteplici: innanzitutto perché la definizione dell’equivalenza viene fatta fare dai monopoli? Potrebbe essere logico se si intendessero i liquidi per sigaretta elettronica come succedanei del tabacco, ma come si fa a sostenere una cosa del genere visto che le ecigs si pongono in antitesi al fumo e, come hanno dimostrato molti studi, aiutano a smettere di fumare? Come si fa a consentire un aumento di prezzo di un prodotto che finora si è dimostrato innocuo e un valido aiuto per la lotta al tabagismo, soprattutto se rapportato alla sigaretta che di certo provoca malattie mortali? Come si fa a definire un aumento in proporzione alle sigarette tradizionali di un prodotto che ha una diffusione nemmeno lontanamente paragonabile a quella del fumo?

Ci spieghino, i signori dei Monopoli (che decidono su un prodotto che NON è sotto monopolio, lo ricordiamo) qual è lo standard scientifico per la misurazione di una (presunta) equivalenza tra sigarette tradizionali ed elettroniche? Di fatto questo standard non esiste, essendo i prodotti troppo diversi tra loro. Quello che hanno fatto i Monopoli è stato, in sintesi, come fare un’equivalenza tra 1 kg di cioccolata e 1 kg di spinaci.

Ci spieghino poi qual è la logica di tassazione per i liquidi non contenenti nicotina. Ancora una volta lo Stato italiano fa un omaggio alle lobby del tabacco. Questa tassa verrà periodicamente ripensata. Noi chiediamo che l’equivalenza sia ridotta, e non di poco. Chiediamo che venga ripensato il criterio inaccettabile di ritenere le ecigs prodotti succedanei del tabacco. Chiediamo che i liquidi senza nicotina non vengano tassati.

Ovale e Joyetech, insieme contro le lobby e per lo svapo libero

ovalejoyetechNegli ultimi tempi gli attacchi delle lobby del tabacco, delle multinazionali e della politica si sono fatti sempre più pressanti, come purtroppo abbiamo tutti avuto modo di constatare. Hanno pensato di riuscire a distruggere il settore, ma hanno dovuto fare i conti con Ovale. Hanno dovuto fare i conti con la nostra forza, con la nostra volontà, con la nostra determinazione.

E oggi, tutta la nostra esperienza e tutta la nostra conoscenza si uniscono a quelle di un altro big del settore delle sigarette elettroniche. Da oggi, Ovale si unisce a Joyetech nella lotta a favore delle ecigs. Le due aziende leader del settore, quelle che maggiormente hanno subito gli attacchi delle lobby, lavoreranno insieme per promuovere lo svapo libero, metteranno a disposizione di questa battaglia il proprio knowledge ormai storico, mettendo la propria tecnologia a disposizione del pubblico a prezzi pensati per una diffusione sempre più capillare delle ecigarettes, per favorirne la conoscenza e l’utilizzo, per contrastare il pericoloso e nocivo fumo di sigaretta tradizionale.

Da oggi, la lotta contro il fumo può contare su questa fondamentale alleanza, forte delle evidenze scientifiche che riconoscono ormai sempre più spesso alle sigarette elettroniche un ruolo in questo senso.

Ovale e Joyetech insieme lavoreranno per scrivere la parola fine alla dipendenza dalle “bionde”. Stay tuned!

Dal governo una legge su misura per la Philip Morris?

Il Governo italiano si prepara a varare una legge fatta su misura per la Philip Morris. La notizia, per quanto incredibile possa sembrare, circola ormai da settimane sui principali siti di informazione.
Le vicende legate alle sigarette elettroniche sono ormai da tempo ben oltre il paradosso. Tutti ormai sanno che le ecigs non sono nocive come le bionde tradizionali, così come tutti ormai sanno che la guerra che il governo italiano ha fatto alle ecigs era dovuta soltanto a contenere le minori entrate dovute alle tasse sulle sigarette. Tutti sanno che il governo italiano ha cercato, e sta ancora cercando, di distruggere questo mercato perché dalle accise sulle sigarette tradizionali arrivano milioni di euro ogni mese. Così, quando è stato evidente che con le sigarette elettroniche si riusciva gradualmente a smettere di fumare (e quindi a regalare meno soldi di tasse al governo), lo Stato italiano si è messo all’opera. Proibizioni senza alcuno studio scientifico, imposizione di regimi fiscali folli basati su nessuna ricerca, articoli di giornale che diffondevano allarmi senza fondamento.
Tutto questo è durato fino a qualche settimana fa, quando improvvisamente le cose sono cambiate. Non per tutti però. Le pagine dei quotidiani si sono riempite di notizie positive su una fantomatica sigaretta elettronica definita “di nuova generazione”. Una sigaretta identica a quelle “normali”, che scalda tabacco ed emette nicotina. Dov’è la “nuova generazione”? Per capire il cambio di passo di politica e stampa italiana basta dire che è prodotta dalla Philip Morris. È bastato questo a modificare l’atteggiamento di tutti nei confronti del fumo elettronico, che improvvisamente (ma solo quello targato Philip Morris, sia chiaro) sembra essere destinato a un binario assolutamente prioritario, lontano da divieti e tassazioni spropositate.
Scrive il Sole24Ore che “la sigaretta elettronica di nuova generazione, ovvero quella contenente tabacco, potrà molto probabilmente venire utilizzata senza restrizioni in luoghi pubblici come bar e ristoranti e potrà essere oggetto di pubblicità. È quanto emerge dall’articolo 1 della bozza di decreto legislativo sulla tassazione dei tabacchi allo studio del ministero dell’Economia secondo cui la nuova sigaretta elettronica nonostante la presenza di tabacco al suo interno dovrà essere considerata non un ‘prodotto da fumo’, ma un ‘prodotto da inalazione’.” Chiariamo: solo la ecigs di marca Philip Morris sarebbe “da inalazione”, le altre sigarette elettroniche resterebbero prodotto da fumo, contro ogni logica e buon senso, così come stabilito da un decreto precedente.
Quindi secondo il governo italiano aziende serie come la Ovale, che da anni investe in ricerca e sviluppo, e che nonostante tutto continua a farlo per offrire prodotti sicuri e che aiutino a smettere di fumare, potranno restare nel limbo dei divieti. Sui giornali si continuerà a parlarne in termini negativi, il governo continuerà ad ostacolarne la crescita. Ormai questo è un gioco evidente a chiunque abbia un minimo di coscienza critica. Aziende come la Philip Morris, invece, da sempre portatrici di morte e malattie, continueranno a lavorare su binari privilegiati.

Corte d’Appello di Parigi, le sigarette elettroniche non sono fumo

elips-3.jpgLe sigarette elettroniche non sono fumo e non possono essere assoggettate alla regolamentazione prevista per i prodotti derivati dal tabacco. Lo stabilisce una sentenza della Corte d’Appello di Parigi che ha respinto le istanze della Confederazione Nazionale dei Tabaccai Francesi (CNBF) che, dietro richiesta di due tabaccai, pretendeva l’interdizione di un marchio di ecigs. Ma non solo: la richiesta riguardava anche il divieto di fare pubblicità e, soprattutto, lo stop alla commercializzazione delle sigarette elettroniche in negozi che si trovano in prossimità delle loro tabaccherie a Caen e a Parigi.

La Francia mette così un punto al tira e molla fomentato dai tabaccai che, nel tentativo di tutelare i loro esclusivi interessi, hanno cercato di minare lo sviluppo di un prodotto che invece è strategico per la lotta al fumo e al tabagismo. Un’azione, quella messa in campo dalle potenti lobby del tabacco, che di fatto ha messo in pericolo migliaia di posti di lavoro creati nel settore della produzione, ricerca, formazione e commercializzazione delle sigarette elettroniche.

La Corte ha finalmente chiarito alcuni punti fondamentali. Innanzitutto stabilisce che per le dogane la sigaretta elettronica non costituisce un prodotto del tabacco sotto il profilo fiscale. Ha poi fatto suo quanto rilevato dall’Ufficio Francese per la Lotta al Tabagismo che in un rapporto affermava che “nessun paese europeo ha classificato il prodotto sigaretta elettronica come un derivato del tabacco”.

Il risvolto economico di questa partita è importante. Secondo un rapporto del 2013 effettuato dall’OFDT (Observatoire Francais des Drogues et des Toxicomanies) sono ormai un milione gli svapatori in Francia, per un giro d’affari che si aggira intorno ai 100 milioni di euro, con una crescita mensile del 15%.

Ma il vantaggio più importante dello sviluppo del mercato della sigaretta elettronica è un altro: la maggior parte degli svapatori, in genere fumatori incalliti di tabacco, ha smesso o ridotto notevolmente l’utilizzo delle sigarette tradizionali, con una conseguente riduzione del rischio di malattie derivanti dal fumo e quindi un decremento delle spese sanitarie.

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